domenica 20 novembre 2011

piccola pausa

Mangiamo fuori si prende una breve vacanza.
Carlo e Cristina sospendono per un po' le recensioni.
Motivi.
Cristina ha un po' di problemi a digerire e Carlo a pagare il conto?
Parzialmente vero.
Forse Cristina cucina così bene che vale la pena restare a casa per mangiare cose buone?
Anche questo abbastanza vero.

Forse siamo un po' stufi di andare per ristoranti (in verità le recensioni da fare sono molte, qua si è descritta una piccola parte dei posti visitati). Forse il "mangiar fuori" deve essere eccezione e non regola, per poterlo apprezzare a dovere. E poi cavolo, la vita costa. Eccome, se costa.

Insomma, ci vediamo nel 2012, perché non abbiamo affatto intenzione di smettere la sana abitudine di mangiar fuori.
Abbiamo solo bisogno di un po' di tempo, tutto qua.

lunedì 31 ottobre 2011

30 ottobre

La domenica di trasferta piemontese, esordita con nebbia freddo e malumori, ci ha sospinti un po' svagati, mano nella mano, verso la zona del Nulla.  Va detto che nel vercellese il nulla regna sovrano (guardi in giro e ti perdi nel silenzio dei tuoi pensieri, poi ti volti verso il tuo compagno e il vostro comun pensiero -muto- è oh, ma qua non c'è proprio una fava nel raggio di chilometri). Ad ogni modo si è fatta quell'ora in cui l'unico, pressante pensiero è mangiare. E si è trovato 'sto posticino, con un'enfasi posta nel nuova gestione di quel banner che non lascia alcun dubbio, è il must del locale. All'interno ci ha accolto un tepore nettamente confortevole, al punto che ho abbandonato il giubbottino senza indugi (avvenimento raro).
Due tavolate di famiglia e un proprietario gentile, un tantino timido, ci hanno messo nella modalità ah, finalmente. Il locale è posto esattamente di fronte ad una stazioncina molto ina, ed offre tra le sue numerose attrattive cappuccio+brioche a un euro, cartello seghettato a flash posto su cestino contenente quattro buondì e (forse) sotto alcune girelle.
Il menù è di due tipi, da undici e da quindici ma la differenza sta che nel modello lusso gli antipasti sono cinque e non due. Esageruma nen, ci siamo detti, e dunque profilo basso.
Ci hanno portato (il signore gentile e un nonno, due terzi della forza lavoro visto che alla fine è spuntata la sciura e presumiamo che il bimbetto di tre quattro anni ancora sia nel mondo dei giochi):

-piattino con due fette di salame fucsia scuro circondato da filettino di pepe, molto lidl
-piattino con tomino diam 4 cm, con sopra una discreta colata di bagna cauda tiepida e molto unta
-piatto di risotto ai funghi sinceramente molto buono, non fosse stato quel bianco sospetto che ci ho pensato dopo e sono arrivata a concludere che fosse panna, panna in scatola che adoperavano per scaldare il riso precotto
-scaloppina anch'essa piuttosto untuosa ma dignitosissima
-contorno di verdure stufate che mi hanno riportato nel mondo delle mamme che fanno le verdurine stufate che si sparnegano un pochino,
-caffè.

La tovaglia a fiori bianchi su base giallina di quella carta finta stoffa
i tovagliolini di carta, ma belli spessi
le famigliole che mangiavano e ridevano in piemontese, senza casino
naturalmente il piemontese era uno o due, gli altri meridionali trapiantati

insomma, tutto questo ha fatto di un pranzo tot. 21 euro (non abbiamo preso due contorni ma un quartino di vino, e ci hanno dato la ricevuta) un'occasione di sparuta, ma sincera serenità.

domenica 18 settembre 2011

18 settembre

Domenica, nuvolosa e piovosa da non poter far niente a parte la spesa.
Domenica, uscire da casa tardi e trovarsi grossomodo a ora di pranzo in un centro commerciale semideserto, semibuio, triste e spoglio.
Che fare se non andare in un selfeservis sgrausissimo?
Mangiare al selfervis è in ogni caso un'esperienza. Primo perché devi arrangiarti e non c'è quel rituale da siediti sta composta gioca con le posate apri i grissini, chiacchiera ordina aspetta versa il vino intanto che aspetti guardati in giro sistemati la gonna.
C'è da prendere il vassoio, la tovaglietta di carta, il bicchiere di plastica e stare belli concentrati.
Avvicinarsi ai banchi frigo, studiando attentamente le pietanze, afferrandole con le pinze e ficcandole nelle ciotole di plastica, senza esagerare ma anche senza lesinare, che cavolo tre euro di contorno se permetti verso.
E poi ci sono i cuochi dei selfervis che ti versano le porzioni e soprattutto le salsine: roba acida ed esoterica, esagerata, speziata, indigeribile ma siccome hai fame dici si, vai vai.
Ti siedi, nei selfservis, vai alla caccia del sale dell'olio del tovagliolino. Osservi gli altri commensali, raramente hanno vassoi decentemente assortiti, rifletti sull'alimentazione moderna, versi acqua (bere alcol in questi posti va oltre ogni abbrutimento, è necessario un minimo di self control) e mangi.
In fretta, visto che la temperatura degli ambienti e delle pietanze è al minimo sindacale (anzi, le verdure sono proprio fredde, per durare qualche oretta), malamente, perché di solito questi posti imitano qualcosa e invitano alla depressione (finto ambiente rurale, finto western, finto mexico, finto tirolo, finto rustico, finto jungla).
Poi ti alzi, diretto alla macchina, al carrello, al rientro, a qualcosa di successivo.
Intanto la cameriera ritira i vassoi, dentro al suo maglioncino maculato e alle sue fette di ciccia, spinge il carrellone verso le cucine e pensa a quanto le rimane per arrivare alla fine del turno.
Io ho mangiato verdure miste, arrosto di vitello e acqua gasata,  insomma poco: ma mi ci è voluto un po' di bicarbonato lo stesso, per agevolare i succhi gastrici a devolverne i resti in beneficenza.

giovedì 15 settembre 2011

non ho tempo di scrivere il post, questo è un post-it
lo appiccio qua perché
mi devo ricordare di descrivere la cena del nove settembre, ecco.

martedì 30 agosto 2011

28 Agosto

Vabbe', si potrebbe scrivere dei ristoranti dolomitici, dai prezzi esosi e non sempre anzi, quasi mai proporzionati alla qualità dei cibi serviti. Si potrebbe ma insomma, canederli speck tomini bla bla bla, dai.
Parlerei d'altro, perché in fondo mangiar fuori è starsene in un altro posto e, previo esborso di denaro, provare ad assaggiare cibi cucinati da altri per altri, prima di tutto.
Dunque domenica sera di fine agosto, zona lago Iseo anzi, zona torbiere. Una statale trafficatissima, alcune pizzerie che forse un tempo erano osterie per i contadini diretti ai mercati del lago e provenienti dalle campagne della Franciacorta. Pizzerie da domenica sera, famiglie in tiro, coppiette di mezza età, qualche nonna tirata fuori dal suo ambiente e portata a farsi la mangiatina. Cameriere veloci, non appariscenti, servizio dignitoso senza pretese. Prezzo venti euro menù grigliata contorno dessert caffè acqua o vino.
Il tavolo si appoggiava alla ringhiera, dopo la ringhiera i gerani rampicanti, dopo i gerani il parcheggio, dopo il parcheggio una siepe di rose in sofferenza causa piombo e dopo le rose la statale. Musichetta di sottofondo, aria fresca, una candela antizanzare.
Il cameriere fresco di scuola alberghiera porta fuori un po' ingessato il tavolino, poi appoggia l'ambaradan della carne calda e dopo un po', in ritardo, il contorno. Nell'ambaradan ci sono due cosine di questo due di quello, per un totale di una dozzina di pezzi di carne di pollo-maiale-maiale-maiale-agnello-maiale (mezza salsiccia divisa a metà).
Mangiamo dividendoci fraternamente il maiale.
Una ragazzina fa i capricci perché suo padre non la lascia andare in bagno, a quel tavolo cala il gelo. Lei se ne va dicendo e adesso ci starò tutta sera.
Quando ci alziamo per tornare alla macchina vediamo il papà che se la va a riprendere. Non dev'essere stata una gran cena.
Be', neanche la nostra, il dessert era composto da stanche pesche giallo antico incastrate in una durissima gelatina, ma la salsa ai mirtilli languidamente depostale accanto invece si che era buona. E poi noi si chiacchierava tranquilli, senza neanche una piccolissima discussione.
La prossima recensione prometto che spiego meglio i cibi e peggio il locale.

martedì 19 luglio 2011

19 luglio

Ci son stati tanti nuovi ristoranti e si è mangiato fuori parecchio. Da qualche parte bene, da altre maluccio, da altre ancora nientediche, ma dappertutto con la stessa speranza e la stessa aspettativa iniziale, talvolta disattesa e talaltra rispettata.

C'è stato un ristorante in una capitale europea gestito da un tesissimo proprietario dal muso lungo, dove i camerieri verificavano attentamente il parallelismo delle posate rispetto all'asse longitudinale del tavolo. Un ristorante da cagari o da tamarri, dipende dalla dimensione dell'orologio al polso, dove ti portano una ciliegina di mozzarella che galleggia in una pozzangherina di salsa, in un piatto enorme con un cucchiaino magro e ti dicono che è l'antipasto.
Un ristorante dove la carta dei vini è tragica al punto che si ordina un bicchiere e anche quello si beve con parsimonia. Poi si mangia un buonissimo risotto ai porcini e prosciutto affumicato, dalla cottura perfetta e in dose notevole, così ci si pente di aver malpensato così a lungo.

C'è stato un ristorante dove hanno portato un piatto enorme e succulento di verdure, formaggio, carne e salsina, suscitando grandissima soddisfazione visiva. Per poi scoprire che era come una cofana di capelli cotonati: l'impalcatura sulla quale facevano gran mostra di sé le pietanze era di insalata sciapa, finemente sminuzzata a creare un covone di imbottitura vegetale.

C'è stato un ristorante dove la cameriera ogni tre parole lanciava un sinistro nitrito, a guisa di risatina, ma si è fatta perdonare subito servendo una delizia dietro l'altra. Per dovere di cronaca registro un petto di anatra alle ciliegie che ancora adesso se ci penso mi viene la nostalgia, e una torta di carrube che alla fine ho fotografato, perché i sentimenti son sentimenti.

C'è stato un ristorante che non mi ricordo neanche più dov'era e cosa ho ordinato e questo vuol dire che non era coinvolgente.

Ma ce ne è stato un altro, qualche settimana fa, dove ci hanno detto ma li prendete gli antipasti? Be', certo. E ci siamo infilati in un tunnel di portate colossale per entità e varietà. Il posto, che come indirizzo è a casa di Dio giusto per spiegare in che landa desolata si fosse andato a ficcare, era popolato da gente molto pittoresca. La cameriera più cicciona si aggirava tra i tavoli con una mannaia, gridando il suo minaccioso tuttobeneee? E l'altra cameriera, quella con i capelli rossi tutti in piedi, se per caso avanzavi qualcosa ti ficcava un cazziatone dei suoi. Non l'abbiamo delusa, abbiamo fatto i furbi, ordinando solo il primo e il dolce, così da riuscire nonostante il gonfiore a raggiungere la macchina sani e salvi. Bel posticino, comunque.

mercoledì 22 giugno 2011

19 giugno

Quel posto sottocasa, quell'osteria un po' fighetta, con l'aria snob di sinistra. Quel posto che quando parli con la gente che va nei locali giusti legge i libri giusti e soprattutto ha lo stipendio giusto conosce, ci va e apprezza.
Ecco, quel posto era stato da noi schivato per diffidenza, disprezzo dell'intellettualismo come metodo subdolo per elevarsi artificialmente, pensiero laterale e senso pratico. Ma ci siam cascati, cosa vuoi mai la stanchezza il mio malessere.
Ti fanno sedere dove vogliono loro, primo.
Ci sono tavoli e tavoli e te, se non sei del giro, ti prendi quel che arriva.
Ti seppelliscono sotto a pareti grondanti foto d'epoca, citazioni varie, oggettistica selezionata e neanche uno che sia un accessorio tamarro di quelli che fanno sorridere. 
Non c'è neanche la tovaglia, hai davanti una sgrausissima tovaglietta di carta grezza che fa tanto qua siamo alla buona.
Attanzione però: la sventagliata di bicchieri e il tovagliolo di cotone candido e soave ti placano la speranza che i prezzi scritti sulla lavagnetta corrispondano all'emolumento che verserai.
Questo è un posto da ricchi e lo testimonia la percentuale elevatissima di silicone che vedi riempire guance, labbra, tette e stanze dell'osteria. 
Ti fanno assaggiare un centimetro quadro di frittatina e un mezzo flut di franciacorta e poi ti somministrano il menù. Poi ti servono porzioni scarse di cose molto raffinate, quasi tutte verdurine, lasagnine, polpettine, tritatine, salatine. E ti aiutano a scegliere ronzandoti attorno in continuazione, con una gentilezza eccessiva e fin troppa enfasi.
Questo in estrema sintesi, perché va detto che le pietanze sono buone ma buone forte, cucinate come se fosse Ratatouille in persona ad affettarle e soffriggerle. Difatti si vede di là la cucina splendente nel suo inox lustro attorniata da giovani e giovanissimi chef: uno per tagliare, uno per sbucciare, uno per condire, uno per decorare, uno per glassare, uno per sobbollire. E tutta questa gente si dovrà pur pagare, no?
Ti servono il gelato con il cartoncino colorato girotondo che spiega la ricetta, l'etica, la grammatica e l'intenzione, più il www. Anzi, il locale ha un sito bellissimo, raffinato, suggestivo, che racconta e descrive ed illustra.
Capisco che sia uno di quei posti da cui esci alleggerito di cinquanta euro, mezzo pieno e mezzo convinto di aver preso una mezza sola.
Tutto sommato abbiamo fatto bene, promosso a pieni voti, grandissimo esempio di come si può elevare la cucina a quei livelli alti che sposano tradizione e innovazione.
Ma a me sono girate le palle: per novantacinque euro potevano anche darmi qualcosina in più, se permetti. E io non ho neanche preso il primo, per dire.